05 ottobre 2011

Dalle vitae fratrum alla vita da frati

Il noviziato è finito. Abbiamo fatto professione in quattro, e sul sito della provincia trovate anche le foto (io sono quello che le calzette cardinalizie - non saranno belle ma qualcosa di rosso bisognava proprio indossarlo!).

Mentre fra Luca G. parte per il Belgio alla ricerca della Verità e dei codici di Boeto di Sidone, fra Luca R. arriva a Bologna per studiare la filosofia e riapre un blog personale, in cui vi racconterà tutto quello che avreste tanto voluto sapere, ma che non avete mai avuto il coraggio di chiedere, sulla vita in convento.

01 settembre 2010

L'ultimo post

İeri è iniziato il capitolo generale per eleggere il nuovo generale dell'ordine dei frati predicatori. Oggi lascio İstanbul e torno a Bolzano per una breve visita a genitori, amici e parenti. L'undici settembre iniziamo io e gli altri prenovizi gli esercizi spirituali. Il diciotto inizierà ufficialmente il nostro noviziato.

Non scriverò più su questo blog, magari gli altri, magari i prossimi prenovizi lo vorranno fare (ma anche no). Chiedo a tutti quanti ci hanno seguito durante quest'anno di accompagnarci con le loro preghiere.

in Domino ac Dominico.

28 agosto 2010

Un sisma tra fede e ragione

Cosa succederebbe se scoprissi un insegnamento magisteriale della Chiesa che faccia a pugni con la mia ragione? Un "incubo" che mi ha accompagnato durante quest'anno di postulantato. Non è una intellettualistica para. È una questione esistenziale, che mi tocca e scuote nel profondo e la possibilità che l'incubo - l'inconciliabilità della mia ragione e della mia fede - si realizzi arriva a mettermi in crisi, perchè, se così fosse, sarei costretto a rimettere in discussione tutta una vita costruita sulla fedeltà e l'obbedienza alla Chiesa.

Non sono libero - qualcuno di noi lo è? - di pensare e credere diversamente da quanto mi detta la ragione: anche se lo volessi fortissimamente, mi è impossibile ritenere che due più due non faccia quattro. L'insegnamento magisteriale è invece scolpito nei secoli dei secoli nel catechismo e nei tomi del Denzinger. Ovviamento, anch'esso non lo posso cambiare a piacere. Ecco che fede e ragione si pongono come due assoluti, al di fuori del mio controllo, rigidissimi, incapaci di adattarsi e inatti al compromesso: come due zolle tettoniche ad alto rischio tellurico. Come detto, il terremoto che ne scaturirebbe avrebbe conseguenze devastanti. Urgerebbero misure preventive... [e İstanbul è notoriamente una zona sismica...]


Ci ho riflettuto e pregato sopra. Ne ho parlato a molti. Qualcuno lo ha scambiato per il ribellismo di chi legge troppo spesso gli articoli di Vito Mancuso. Qualcuno mi ha ascoltato e mi ha aiutato. Annoto a seguire qualche riflessione per farne il punto... e non mi aspetto che siano in tanti a capire.

Un simile sisma esistenziale è un rischio, un'opportunità, una prova e una croce. È un terreno di coltura per l'umiltà e le virtù teologali.
La fede: certo, non la fede intesa come elenco di asserzioni da sottoscrivere e vidimare (e che virtù sarebbe?), ma come fiducia riposta in Dio, anche quando non si capisce bene il perchè e il percome dei propri dubbi e delle proprie difficoltà, e che anzi cresce e si rafforza ogni volta che la si interroga e, oso scrivere, la si mette in discussione... nella notte oscura della fede.
La speranza: le contraddizioni che accolgo e accetto nella mia vita, attendono di essere risolte, o magari semplicemente disciolte, un domani, in Cristo. La speranza mi porta a guardare avanti, olte al mio naso e al mio "qui ed ora", a relativizzare il momento presente - con tutte le sue speculazioni, i suoi catechismi, i suoi conflitti, le sue crisi e le sue illuminazioni - di fronte a quello dell'eternità. Con me, insieme alla mia anima e al mio corpo, verranno redenti anche la mia ragione e il mio catechismo.
La carità: della verità. Non nel senso di mettersi a spiegare al mondo come stanno davvero le cose, ma nel senso di passione per la verità, nel senso di rimboccarsi le maniche e continuare ad indagare e pregare, senza paura di difficoltà e battute d'arresto.

L'umiltà: si tratta di accettare la mia finitezza, debolezza e precarietà. Si tratta di accettare che in me non tutto sia ordinato e "sistemato", ma che ci siano anche delle contraddizioni, dei punti oscuri e interrogativi, qualcosa che sfugge al controllo. Se la mia imperfezione consiste nel credere qualcosa di diverso da quello che dovrei, allora - con fiducia, speranza e passione - si può e si deve accettare la possibilità di rimanere senza una soluzione, senza l'ultimo (e pure senza nemmeno il penultimo) pezzo del puzzle.

Allora, forse, magari, in fondo in fondo, se quello che ho scritto è tutto giusto e quasi niente sbagliato: Signore, dammene a gogò di questi terremoti...

L'omelia di padre Max - 22 domenica del tempo ordinario

“O Dio, che chiami i poveri e i peccatori alla festosa assemblea della nuova alleanza, fa’ che la tua Chiesa onori la presenza del Signore negli umili e nei sofferenti, e tutti ci riconosciamo fratelli intorno alla tua mensa.”
“Molti sono gli uomini orgogliosi e superbi, ma ai miti Dio rivela i suoi segreti. Per la misera condizione del superbo non c’è rimedio, perché in lui è radicata la pianta del male.”
“Chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato.”

Sir 3,17-20.28-29; Sal 67/68; Eb 12,18-19.22-24a; Lc 14,1.7-14

Se c’è un aspetto che il Vangelo sa mettere perfettamente in luce, è il significato delle parole. L’attenzione dello scrittore ispirato a non ingenerare equivoci è tale, che, fidatevi, a livello di precisione terminologica, la S.Scrittura è assolutamente imbattibile! Le letture di questa domenica ci aiutano a riflettere sull’umiltà come condizione ideale del cristiano. C’è molta confusione, su questa virtù, a cominciare dalla convinzione diffusa che l’umiltà non sarebbe neppure una virtù, ma piuttosto un modo (più o meno) elegante per definire la povertà: nascere da umili origini significa essere di famiglia povera. L’umiltà è generalmente percepita come difetto, più che come pregio. Ma l’umiltà non è sinonimo di povertà!

Si confonde abitualmente l’umiltà con l’umiliazione; un altro errore! L’umiltà – lo dico sempre – è la giusta consapevolezza di sé: conoscere parimenti le proprie capacità e i propri limiti. L’umiltà è necessaria, affinché la persona sia sempre capace di distinguere fino a dove si può spingere nel suo agire, per non restare al di sotto delle proprie potenzialità: ricordiamo il duro monito che il Signore dà quanto al dovere di mettere a frutto i talenti ricevuti da Dio, senza lesinare le forze (cfr. Mt 25,15ss.). Al tempo stesso è opportuno sapere quando è bene fermarsi; la breve parabola dell’uomo che costruisce una torre (cfr. Lc 14,28ss.) ricorda di fare prima il calcolo dei materiali, per verificare che ci siano mezzi sufficienti per portarla a termine... L’umiltà ha come riscontro l’autostima: l’uomo umile sa chi è ed è sostanzialmente soddisfatto di sé. Naturalmente l’umiltà non esonera dalla conversione, che, lo sappiamo, è il modo cristiano di stare al mondo. Senza cadere nel narcisismo, l’umile si vuole bene così com’è. E questo gli consente di amare anche il prossimo come se stesso.

Una caratteristica determinante della virtù dell’umiltà è la mitezza, lo abbiamo sentito nella prima lettura. La persona umile non è mai spavalda, né prepotente, non si dà arie, non assume atteggiamenti di superiorità nei confronti del prossimo, non guarda il mondo dall’alto in basso… per la semplice ragione che non ne ha bisogno! Quando uno sa cosa vuole, ha raggiunto un sufficiente grado di serenità interiore ed è onestamente impegnato in un cammino di perfezionamento secondo la fede, perché mai dovrebbe ostentarlo? Sarebbe orgoglio; e l’orgoglio, questo sì, è vero sintomo di debolezza, di inconsistenza, di paura…

Dal momento che l’umiltà è una virtù, e le virtù sono mezzi ordinati a raggiungere un fine, il fine dell’umiltà è fare verità su di sé.

L’esempio più perfetto di umiltà ce lo ha dato Gesù, vero uomo. Ma, prima che vero uomo, Gesù è vero Dio; dunque la sua non fu soltanto umiltà. Gesù fece molto di più che vivere umilmente la sua vita terrena: il Verbo di Dio si umiliò accettando di incarnarsi in un corpo mortale. E quello era soltanto l’inizio di un cammino di abbassamento progressivo che lo avrebbe condotto a morire sulla croce (cfr. Fil 2). Era necessario questo abbassamento? In un certo senso sì: dal momento che con l’incarnazione il Verbo esprimeva la sua obbedienza a Dio, la croce rappresentò per Cristo l’espressione estrema della sua fedeltà al Padre, una fedeltà promessa anche a costo di perdere la vita. Vita perduta/donata volontariamente, liberamente.

Sappiamo che, sulla croce, l’umiliazione di Gesù non si è compiuta… Il compimento ultimo e definitivo è avvenuto nel sacramento dell’Eucaristia, grazie al quale, riceviamo il frutto della Passione di Cristo, questo Suo corpo glorificato tra le nostre mani non certo sante. Ecco il sommo abbassamento del Figlio di Dio: ecco l’anello che congiunge la nostra esistenza alla Sua, e consente alla (Sua) Grazia di raggiungerci, conformandoci all’immagine di Lui.

Se l’umiltà è prima di tutto una situazione interiore del soggetto, l’umiliazione è atteggiamento esterno che può connotare il modo di relazionarci con il prossimo. Ed è l’atteggiamento consigliato appunto da Gesù in occasione del banchetto a cui siamo invitati. Una volta raggiunto un sufficiente grado di autostima, non abbiamo più bisogno di essere riconosciuti nel nostro valore. Tuttavia la nostra discrezione, che può giungere fino al rinnegamento di noi stessi, ci procurerà l’onore e la stima degli altri. Ripeto, non ne abbiamo bisogno, il nostro comportamento non ha secondi fini …anche se le solite malelingue riusciranno comunque ad insinuarlo. Non sarebbero malelingue, no?

Il Vangelo di questa XXII Domenica è un’occasione particolarmente favorevole per tornare sull’argomento della gratuità, a cominciare dal modello perfetto (della gratuità), l’Eucaristia.
Il Signore conclude l’insegnamento sull’umiltà esortando il suo ospite a manifestare la propria generosità senza attendere riscontri, o pretendere un contraccambio. La nostra ricompensa ci attende nel giorno della risurrezione dei giusti, tra i quali, speriamo di essere anche noi annoverati. La vera beatitudine non consiste nell’onore e nella stima degli uomini, ma nell’onore e nella stima che Dio ci può riconoscere. La conclusione del Vangelo richiama esplicitamente il cantico del Magnificat che abbiamo appena proclamato, la scorsa domenica, solennità dell’Assunzione di Maria Vergine.

Al termine di questa riflessione emerge una sostanziale convergenza tra il piano religioso e quello affettivo. Possono cambiare i termini – l’umiltà diventa autostima, l’orgoglio si chiama narcisismo, etc. etc. –, ma le dinamiche antropologiche e spirituali sono analoghe. Un segno che la fede non sconvolge la natura della persona, ma la conduce a diventare sempre di più e sempre meglio se stessa, ad immagine e somiglianza di Colui che l’ha chiamata dalle tenebre alla sua ammirabile luce (cfr. 1Pt 2,9). Del resto, come può il Creatore disprezzare la sua creatura preferita, al punto da pretendere che diventi altro da sé? Tuttavia, la fede ci fa scoprire, quale bellezza Dio è capace di imprimere nella nostra persona; da non riconoscerci più!
Soltanto a Dio, soltanto con Dio, questo prodigio - un autentico miracolo! - diventa possibile.
Perché a Lui tutto è possibile.

“Tutti noi che inciampiamo,
ma continuiamo a credere nell’Amore,
alziamoci e facciamolo splendere!”
Bruce Cockburn

25 agosto 2010

Beati orientalismi

Era da tempo che volevo leggerlo e l'ho trovato per caso nella biblioteca del convento di İstanbul. Mi è sembrato il momento giusto per leggere il "Giornale dell'anima", a poche settimane dal mio ingresso in noviziato e proprio nella città dove Angelo Roncalli è stato vicario apostolico. Ritrovo, così, qui in Turchia una presenza - quella di Papa Giovanni - che in modo singolare sta accompagnando il mio percorso vocazionale. İn fin dei conti "tutto" è iniziato all'interno di un'associazione che porta il suo nome, Giovanni XXIII. E se una tappa importante del mio cammino è stata Taizè, fu proprio il cardinal Roncalli, nunzio a Parigi, a definire la comunità monastica francese "una piccola primavera", sdoganando così questa esperienza ecumenica alla chiesa di Roma (e, detto en passant, fu proprio un monaco di qui a consigliarmi la lettura di questo libro). İl postulantato l'ho poi passato a Bergamo, la città natale di Angelo Roncalli. Ora İstanbul...

İ primi riferimenti ai turchi del futuro papa vengono, nel suo giornale, ben prima dell'incarico come vicario apostolico. Quando li scrive Angelo Roncalli è in seminario a Bergamo, l'impero ottomano è ancora in piedi, e per il giovane seminarista i turchi sono, nè più nè meno sinonimo di terzo mondo dal cuore di tenebra:

[182] L'anima umana è di un valore infinito perchè costa il sangue di un Dio. Laone l'anima di un selvaggio, di un Turco, è più preziosa di tutte le ricchezze del mondo.
[243] O buon Signore, anch'io all'inferno, anch'io? İl povero ignorante in paradiso, il turco, il selvaggio; ed io, chiamato alla prima ora, cresciuto al vostro seno, io all'inferno tra i demoni?


Diventato prete, alcuni anni dopo, va in pellegrinaggio in Terra Santa. Di certo l'esperienza non migliora la sua opinione sugli ottomani:

[480] Ma siamo sotto il governo turco, non dimentichiamocene mai, e il governo turco conosce le estorsioni, le ingiustizie incredibili, ma di strade non se ne intende.


Nel 1935, al posto dell'impero c'è la repubblica, Roncalli è rappresentante pontificio in Turchia e Atatürk ha appena cominciato il processe di laicizzazione del paese (proibendo, tra l'altro, gli abiti religiosi). Ecco il commento del futuro papa:

[727 - in nota] İo certo mi attristo davanti al lento ma fatale cadare di molte cose che erano bardatura del cattolicismo e del nazionalismo d'altri tempi. Forse mi sono riservati tempi brutti e situazioni penose. Ma io non cesso di guardare alto e in avanti.


E sette anni più tardi:

Non sarei giusto nè completo nelle mie informazioni se non dicessi che di fatto anche tra le angustie della legislazione attuale si può fare ancora molto bene, e con la grazia di Dio se ne fa [...]. Nelle mie preghiere il pensiero è tornato frequente alla Turchia che oggi celebra la sua festa nazionale, ed entra nel XX anno della sua costituzione a repubblica. Mi piace ripetere ciò che sento nel cuore. İo amo questo paese e i suoi abitanti. Circa la sostanza e i gradi della loro civilizzazione essi si illudono: il lato esteriore li abbaglia: essi hanno sbagliato la porta. Ci può essere civiltà di vero nome con il laicismo assoluto? Ciononostante essi sono degni di rispetto per gli sforzi che fanno. Bisogna cantare il Benedictus come augurio ed implorazione anche per loro. Ma soprattutto insistere sull'ultimo versetto.


İntanto si applica allo studio del turco, a quanto pare - e a consolazione di quanti cercano disperatamente di impararlo- con poco successo. Roncalli la prende come pratica ascetica, e questa potrebbe essere un'idea per novizi e studenti domenicani in cerca di mortificazioni:

[741] Faccio proposito speciale, ad esercizio di mortificazione, lo studio della lingua turca. Saperne coì poco, dopo cinque anni di soggiorno a İstanbul, è una vergogna e mostrerebbe poca comprensione della portata della mia missione, se non ci fossero motivi a giustificare e a scusare.


Questi, invece, sono gli ultimi appunti sulla Turchia:

[743] Dalla finestra della mia camera, qui presso i Padri Gesuiti, osservo tutte le sere un assembrarsi di barche sul Bosforo; spuntano a decine, a centinaia dal Corno d'oro; si radunano a un posto convenuto, e poi si accendono, alcune più vivacemente, altre meno, formando una fantasmagoria di colori e di luci impressionante. Credevo che fosse una festa sul mare per il Bairam che cade in questi giorni. İnvece è la pesca organizzata delle palamite, grossi pesi che si dşce vengano da punti lontani del Mar Nero. Queste luci durano tutta la notte, e si sentono le voci gioiose dei pescatori.
Lo spettacolo mi commuove. L'altra notte verso l'una pioveva a dirotto, ma i pescatori erano là, impavidi, nella loro rude fatica.
Oh, che confusione per me, per noi preti, "piscatores hominum", davanti a questo esempi! Passando dalla figura al figurato, oh, quale visione di lavoro, di zelo, di apostolato proposto alla nostra attività! Del regno del Signore Gesù Cristo resta qui ben poca cosa. Reliquie e semi. Ma quante anime da conquistare a Cristo, vaganti in questo mare dell'islamismo, dell'ebraismo, della ortodossia! İmitare i pescatori del Bosforo, lavorare giorno e notte con le fiaccole accese, ciascuno sulla sua piccola barca, all'ordine dei capi spirituali: ecco il nostro grave e sacro dovere.

21 agosto 2010

L'omelia di padre Max - 21 domenica del tempo ordinario

“O Padre, che chiami tutti gli uomini per la porta stretta della croce al banchetto pasquale della vita nuova, concedi a noi la forza del tuo Spirito, perché, unendoci al sacrificio del tuo Figlio, gustiamo il frutto della vera libertà e la gioia del tuo regno.”
“Rinfrancate le mani inerti e le ginocchia fiacche e camminate diritti con i vostri piedi, perché il piede che zoppica non abbia a storpiarsi, ma piuttosto a guarire.”
“Ecco, vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi.”

Is 66,18b-21; Sal 116/117; Eb 12,5-7.11-13; Lc 13,22-30

Il Vangelo di questa XXI domenica ritorna a parlare della fatica di credere e di vivere in conformità alla fede: una fatica che è cifra del valore della fede e della vita cristiana.
Qualcuno potrebbe risentirsi, ma è necessario ribadire che la fede non è da tutti: per tutti, ma non da tutti. Anzi, la vera fede è di pochi! Quando la Chiesa ha toccato i minimi storici dei suoi testimoni – penso agli anni delle persecuzioni che infuriarono non solo nei primi secoli, ma anche nel medioevo, nel Cinquecento, a cavallo delle guerre mondiali – (la Chiesa) ha dato il meglio di sé, ed è risorta ogni volta più forte e motivata. Prova dell’esistenza di Dio!

Enzo Bianchi, fondatore della comunità di Bose, maestro spirituale tra i più profondi e originali di oggi, parla spesso della passione della Chiesa, passione intesa come sofferenza, crocifissione e morte. Quando una famiglia religiosa si estingue per mancanza di vocazioni, quando una missione si chiude, quando la Chiesa è costretta al silenzio, o addirittura deve ritirarsi… Enzo Bianchi dichiara che questi sono momenti di Passione, ai quali seguirà certamente una nuova primavera dello Spirito.

Venendo al Vangelo di oggi, mi lascia senza parole – si fa per dire – la dichiarazione di Gesù, secondo cui, averlo ascoltato da vicino, aver mangiato addirittura con Lui, non garantisce l’ingresso nel Regno dei Cieli. La questione è che cosa ne abbiamo fatto dei suoi insegnamenti, che cosa è rimasto delle cene (eucaristiche) consumate ogni domenica…

Ho riflettuto a lungo sul rapporto tra la seconda lettura, e il Vangelo: l’autore della lettera agli Ebrei dichiara che Dio rimprovera l’uomo, come un padre il figlio che ama; le sofferenze che dobbiamo sopportare sarebbero per la nostra correzione. È un vero e proprio addestramento, un tirocinio al quale non dobbiamo opporre resistenza, con umiltà e, aggiungo io, con gratitudine; il fine di tutto questo soffrire che viene da Dio sarebbe, è la nostra pace e la (nostra) giustizia. Dunque è necessario integrare nella vita le sofferenze: non sono disorganiche, ma organiche al sistema, cioè fanno parte della natura.

Senonché il presente insegnamento, correlato al Vangelo, autorizza a pensare che le croci vengano da Dio; non dico che la verità sia questa; ma l’abbinamento dei due testi insinua la tentazione di pensarlo. Della serie: “Non si muove foglia che Dio non voglia”, principio canonizzato dall’AT, e precisamente dal libro di Giobbe, cap.2, v.10: “Se da Dio accettiamo il bene, perché non dovremmo accettare anche il male?”. In fondo, afferma Giobbe, Dio è libero di dare, ma anche di togliere, senza guardare in faccia nessuno. E dal momento che la volontà di Dio non può essere erronea – Dio non sbaglia e non è nemmeno volubile –, al tempo stesso, bisogna pur trovare una logica nella presenza del male; il modo più razionale per salvare, da una parte, la sovrana libertà di Dio, e dall’altra, l’Amore infinito di Lui, è addossare la responsabilità del male alla cattiveria e al peccato degli uomini. È la famigerata legge della retribuzione: la bontà è premiata da Dio già in questa vita con la ricchezza e la benedizione, mentre il peccato è punito (da Dio già in questa vita) con sciagure e maledizioni.

Gesù smentisce radicalmente questo principio, rispondendo alla domanda dei discepoli: “Perché costui nascesse cieco, chi ha peccato, lui o i suoi genitori?” (cfr. Gv 9,2). Il concetto di retribuzione va definitivamente in crisi, e con esso la morale dei meriti, nel passaggio tra l’Antico e il Nuovo Testamento. Già duecento anni prima di Cristo alcuni Libri sapienziali sollevano più di un sospetto sulla ragionevolezza di tale principio, ma non sono in grado di spiegare perché non si possa più pensare i questi termini. È l’Incarnazione che fa luce sul mistero dell’origine del male. Una luce, quella del Verbo, sufficiente a chiarire che il male esistente in natura non viene da Dio; poi c’è il male degli uomini, e ancor meno questo viene da Dio.
Ma il mistero più grande è che il male seduce più del bene! Nessun dubbio che il male sia male; tuttavia si continua a commetterlo per ottenere un tornaconto, assecondando il principio del piacere.

Ogni piacere fine a se stesso è fondamentalmente egoista, e l’egoismo si manifesta nei modi più svariati; ne cito uno solo, banale, frequentissimo, che tutti, almeno una volta nella vita, abbiamo assecondato, oppure subito: passare davanti agli altri, per evitare di fare la fila, magari sfruttando la corsia di emergenza. Ciascuno di noi avrebbe almeno un motivo per evitare le interminabili attese agli sportelli, o in autostrada… Ma non ci vuole la fede per capire che la mia libertà finisce là dove comincia quella del prossimo. Se tutti si comportassero così…
Qual è la porta stretta del Vangelo? Già l’espressione ‘porta stretta’ che definisce la croce, impone un esame di coscienza onesto e severo sulla questione delle raccomandazioni: chi, potendo, non ne ha mai approfittato, getti la prima pietra! Non mi riferisco solo a situazioni di lavoro – concorsi, promozioni… –; penso alla possibilità di riceve un consulto medico evitando di fare anticamera per mesi… È la detestabile e tanto diffusa politica dei piccoli/grandi favori: “Tu mi fai sto favore, poi in qualche modo mi sdebiterò, ricambiandotelo, oppure facendoti un regalino”; questo accade a tutti i livelli della società e in tutti gli ambienti: dalla semplice famiglia fino alle supreme stanze del potere politico. So di rasentare la retorica e il moralismo… perciò mi fermo.

Sia chiaro però che il Vangelo di oggi ne parla in modo esplicito: per i contemporanei di Gesù, avere ascoltato la Sua voce, aver banchettato insieme con Lui costituiva indubbiamente un privilegio, che qualcuno non avrebbe esitato a far valere in caso di convenienza. Ebbene, Gesù mette in guardia dalla tentazione.

Neppure l’adesione ufficiale alla fede, la pratica della religione costituiscono un titolo di merito per entrare nella vita eterna. Pensate voi se fosse sufficiente la Messa domenicale per rivendicare il Paradiso! che cosa sono 45 minuti in confronto ad un’intera settimana? Avete mai contato quante ore ci sono in una settimana? se non sbaglio sono 168. E la quantità è ancora l’aspetto meno rilevante della questione; la fede non si misura orologio alla mano – sebbene il fattore-tempo non sia del tutto irrilevante, ne parleremo dal prossimo autunno presso il Centro Culturale –.

Il vero lasciapassare per la vita eterna è la giustizia! Interessante, la versione precedente traduceva ‘iniquità’, termine ancora troppo generico; ora parliamo più precisamente di GIUSTIZIA: beh, un altro progresso nella comprensione delle verità Bibliche. Esiste una giustizia umana, dall’indubbio valore. Ma per noi che crediamo, la giustizia assume i contorni della misericordia; e in nome della misericordia di Dio, la misura della giustizia di Cristo è la sua vita. Per Lui, salire in croce e morirci fu un passo giusto; e se giusto, era anche necessario. “Chi può capire capisca.” (Mt 19,12).

“La terra è piena di paradiso e ogni roveto arde di Dio,
ma solo colui che vede si toglie le scarpe; gli altri si siedono intorno
e colgono mirtilli…”
Elizabeth B.Browning

19 agosto 2010

Hüzün: la tristezza in turco

Nel mio primo post su İstanbul mi chiedevo dove fosse quella tristezza di cui Pamuk tanto parla nel suo libro. Beh, c'è l'avevo sotto il naso, dietro l'angolo del convento.

La tristezza di İstanbul è l'addio struggente ad un mondo bellissimo che il tempo sgretola via e nessuno lo può fermare. È così da secoli, è stato così per i bizantini e per i genovesi, è così anche per gli ottomani e, potete starne certi, sarà così anche per la Turchia di Atatürk. A fare piazza pulita ci hanno pensato prima i crociati, alleatisi im questa e solo in questa lotta contro il passato, agli ottomani. Poi sono arrivati i nuovi turchi e ora ci sono i russi e la speculazione edilizia. Ma forse questo non altro che il destino di una città. İ superstiti del passato più che un ricordo sono un atto di accusa, o, al meglio, una melanconica canzone del tempo delle mele.

La tristezza di İstanbul è Fernando e Viviana, cosmopoliti di prima della globalizzazione, cittadini di due stati che non ci sono più e di uno in cui non sono mai stati e di cui non conoscono la lingua, abitanti apolidi e levantini di İstanbul. Li porterà via la vecchiaia, come è successo a tutti gli altri prıma di loro. Non rimarrà nemmeno quel museo - splendida vista sul Corno d'Oro - in cui vivono: lo spazzino è speculazione edilizia.

La tristezza di İstanbul sono le vecchie mura di Galata e i suoi palazzi trecenteschi, che ora servono a nutrire i fichi che spuntano dai loro tetti e perfino dalle loro pareti. Sporchi, abbandonati, nascosti dalle brutture architettoniche del secondo novecento. İl tempo tira giù mattone dopo mattone, lento ma inesorabile come operai nel ramadan. Al resto ci pensa la speculazione edilizia.

La tristezza di İstanbul si nasconde in un museo, che raccoglie le briciole dei palazzi di Costantinopoli. Dietro una teca di plexiglas si posso ancora rimirare anfore, vasi e ferma capelli. İ monumenti suntuosi e magnifici, il Boukoleon e Magnaura, Blachernae e il Gran palazzo, invece, si contemplano su fotografia o, al massimo, sul pc di casa grazie alla computer grafica. La speculazione edilizia qui non serve più.

16 agosto 2010

Un instancabile testimone del Vangelo

Chi segue questo blog, sa ormai della mia predilezione per i monaci di Taizè e quanto essi abbiano contato nella mia formazione spirituale e nel mio cammino vocazionale. È per questo che non resisto alla tentazione di riportare qui sotto la lettera scritta a frère Alois, attuale priore di Taizè, dal cardinal Bertone a nome di Benedetto XVI, per ricordare il quinto anniversario della morte di frère Roger Schutz, fondatore della comunità monastica francese. Eccola:

Caro Fratello,

in questi giorni in cui ricordiamo il ritorno al Padre del caro frère Roger, fondatore della comunità di Taizé, assassinato cinque anni fa, il 16 agosto 2005, durante la preghiera serale nella Chiesa della Riconciliazione, Sua Santità Papa Benedetto XVI desidera manifestarvi la sua vicinanza spirituale e la sua unione nella preghiera con la Comunità e con tutti coloro che partecipano alla commemorazione del ricordo di frère Roger.

Instancabile testimone del Vangelo di pace e di riconciliazione, frère Roger è stato un pioniere sul difficile cammino verso l'unità tra i discepoli di Cristo. Settant'anni fa, egli diede inizio a una comunità che continua a veder venire a sé migliaia di giovani provenienti dal mondo intero, alla ricerca di dare un senso alla propria vita, accogliendoli nella preghiera e permettendo loro di fare esperienza di una relazione personale con Dio.

Ora che è entrato nella gioia eterna, egli continua a parlarci. Possa la sua testimonianza di un ecumenismo della santità ispirarci nel nostro cammino verso l'unità e possa la vostra Comunità continuare a vivere e a irradiare il suo carisma, in special modo tra le giovani generazioni!

Con tutto il cuore, il Santo Padre domanda a Dio di colmarvi delle sue benedizioni, come anche i Fratelli della Comunità di Taizé e tutti coloro che sono impegnati con voi sul cammino dell'unità dei discepoli di Cristo, particolarmente i giovani.

14 agosto 2010

L'omelia di padre Max - Assunzione di Maria

“Dio onnipotente ed eterno, che hai innalzato alla gloria del cielo in corpo e anima l’Immacolata Vergine Maria, madre di Cristo tuo Figlio, fa’ che viviamo in questo mondo costantemente rivolti ai beni eterni, per condividere la sua stessa gloria.”
“Come in Adamo tutti muoiono, così in Cristo tutti riceveranno la vita. Ognuno però al suo posto.”
“Di generazione in generazione la misericordia di Dio per quelli che lo temono.”

Ap 11,19a;12,1-6.10; Sal 44/45; 1Cor 15,20-27a; Lc 1,39-56

Ancora una volta, la liturgia ci offre l’occasione per riflettere sul valore di un ‘’, del di Maria, ma anche di ogni nostro rivolto a Dio, pronunciato non solo a parole, ma nei fatti e in tutta verità.

L’Apocalisse presenta la gloria della ‘donna vestita di sole’: una gloria piuttosto singolare, dal momento che deve fare i conti con i dolori atroci del parto, e gli assalti di una bestia feroce e immonda. Ma possibile che neanche in Paradiso si possa star tranquilli? Domanda dettata dalla emotività, più che dal buon senso… Tuttavia, c’è un fatto che la Rivelazione vuole comunicare – ne ho già parlato in altre occasioni –: il concetto di Gloria è un concetto complesso, specie nella teologia di Giovanni, e soprattutto non va confuso con lo stato di assenza di male, o di sofferenza… Viene da chiedersi: “Ma che Gloria è? tanto vale restare qui, in questa valle di lacrime…”, come recita la famosa preghiera mariana, dalla teologia peraltro discutibile… Che teologia è quella che definisce la casa degli uomini una valle di lacrime? E così questa domanda sull’aldiquà fa il paio con l’altra sull’aldilà…! È necessario liberarci dagli stereotipi, come: quaggiù si sta male, almeno lassù speriamo di star bene.

È anche vero che desideriamo almeno poter immaginare come sarà la vita dopo la morte… Facciamolo pure, se questo ci conforta e ci incoraggia a non mollare. Resta il fatto che anche le visioni, pur autentiche, descritte da san Giovanni nell’Apocalisse, diventano quasi grottesche, a volte addirittura assurde, proprio per la difficoltà di esprimerle a parole. Possiamo ricorrere agli stratagemmi filosofici, certamente utili, quali l’analogia… ma il mistero dell’Eternità resta; e noi, restiamo lontani anni luce dalla comprensione di questo mistero.

Venendo ora al fatto dell’Assunta, non è facile credere che Maria sia stata portata in cielo con il corpo. Basta pensare che un corpo umano ha un peso, una superficie, una durata… insomma, è soggetto alle coordinate fisiche e ai vincoli spazio-temporali terreni; vi siete mai chiesti dov’è Maria? fino a quando si parla dell’anima spirituale, non ci sono grosse difficoltà a pensarla in Cielo… in verità le difficoltà cominciano molto prima di affrontare la questione di come l’anima possa salire in Cielo – ammesso che il Cielo, inteso come eternità, sia in alto –… I problemi si presentano già a concepire mentalmente l’oggetto-anima, del quale nessuno conosce la consistenza, l’ampiezza, il peso, la forma, etc. etc… Ma sia! Facciamo finta che noi siamo in grado di comprendere lo stato di beatitudine dell’anima. Ma quello dell’anima ricongiunta in Cielo al proprio corpo? Beh, questo esula proprio da ogni nostra capacità immaginativa. Per intuire anche solo vagamente la possibilità che un corpo salga in cielo e ci resti, è necessario immaginare che il cielo sia non solo abitato, ma abitabile: come sarà? Abbiamo solo l’imbarazzo della scelta: un mega-teatro, o un mega-stadio; una piazza che non vedi la fine… E vai con la fantasia!
Poi arrivano i teologi e ci dicono che il Paradiso non è così, che non è fisicamente assimilabile ad un luogo… Più che un luogo, – dicono loro, e a ragione! – il Paradiso è uno stato, un modo di essere: lo stato di beatitudine, appunto; beatitudine eterna.

Eterna! altro problema: la nostra mente non possiede la categoria dell’eternità. Come facciamo? Non solo non siamo capaci di immaginare il Paradiso svincolato dal concetto di luogo e di spazio; ma non siamo neanche capaci ad immaginarlo senza alcun riferimento con il tempo!…
Beh, a vostro parziale sollievo, quest’anno se ne parlerà presso il nostro Centro Culturale… Il tema del TEMPO, scelto come filo rosso per tutte le serate, ci aiuterà, forse, spero, se non a fare luce, ad eliminare almeno qualche ombra sul rapporto tra vita presente e vita eterna. Morale della favola: leggiamo spesso la Parola di Dio! ma non pretendiamo di capire tutto con il lume della ragione. Piuttosto, impariamo a fare alla Bibbia le domande giuste, domande a cui (la Bibbia) possa rispondere.

Per esempio, quest’oggi, quale insegnamento utile ci portiamo a casa? Dio non ragiona come noi, i suoi criteri di scelta sono opposti rispetto ai nostri. Dio affida la realizzazione delle sue promesse a uomini e donne che non avevano alcuna rilevanza sociale; vivevano lontano dai circoli intellettuali, politici, economici; non facevano notizia, e dunque non avrebbero trovato spazio sui quotidiani, sui rotocalchi, nei telegiornali… Maria era una ragazzina di un villaggio, probabilmente incapace di leggere e scrivere; Elisabetta era una donna vecchia che viveva sulle montagne, come si dice, lontano da Dio e dai Santi… Mi rendo conto ora di non essere stato preciso: Dio non affida a queste persone (anonime) la realizzazione di un progetto; Dio affida addirittura se stesso e la salvezza!…

Forse è questa la via, l’unica via per capire, la chiave di accesso al mistero incomprensibile di Dio e della vita eterna! Noi non saremo mai in grado di intuire le realtà soprannaturali; ma siamo perfettamente in grado di capire la psicologia, l’emotività, le idee e i sentimenti di una ragazzina. Ci siamo passati anche noi. Maria, Elisabetta, Giovanni battista, Gesù – sì, anche Gesù! –, nella loro umanità, sono persone come noi! A proposito, avete notato la dichiarazione di san Paolo? Vi confesso che mi era sfuggita fino ad oggi: “Se per mezzo di un uomo venne la morte, per mezzo di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti.” (1Cor 15,21).

I sentimenti, le convinzioni, le scelte del Signore potranno sembrare quantomeno singolari, ma certo sono chiarissimi e comprensibilissimi! Non c’è nessun mistero nella Passione e morte di Cristo! e quello che più conta, è la possibilità di viverle nel nostro corpo! Forse, è questo ciò che ci crea i maggiori problemi, il fatto di poter vivere come Lui è vissuto, e soprattutto (di poter) morire come Lui è morto ...non certo per la salvezza di tutto il mondo, ma per la nostra sì!
In ultima analisi, la fede e la vita cristiana dipendono esclusivamente dalla nostra volontà. Tutto ciò che esula dalla volontà personale, non entra nei criteri di giudizio di Dio! Non ci verrà chiesto perché non abbiamo mai provato a volare… Dio non chiede l’impossibile!
Vivere la radicalità evangelica – non ho detto ‘radicalismo’ – è assolutamente possibile.
Certo, bisognerà cambiare i nostri schemi di ragionamento, i nostri criteri di scelta, la nostra mentalità… Ma il Vangelo non ordina soltanto di cambiare; il Vangelo indica anche come cambiare.

Cari amici, non abbiamo più scuse.

“La fede non sa mai dove viene condotta,
ma conosce e ama Colui che la conduce.”
Oswald Chambers

11 agosto 2010

Parenti a Eyüp

L'espressione "figli di Abramo", che la comune origine dei fedeli delle tre religioni del Libro, ebrei, cristiani e musulmani, è più di una formula retorica o un semplice dato storico o un buon auspicio di dialogo interreligioso. La parentela c'è e si vede nei tratti "psicosomatici" della loro religiosità.


Sono stato alla moschea di Eyüp, con fra Lorenzo e Federico. Ci siamo mischiati alla folla di pellegrini che sfila silenziosamente davanti al sepolcro di Eyüp, il portabandiera di Maometto, morto mentre tentava di conquistare Costantinopoli. Di fronte all'arca di Eyüp si fermano, allargano le braccia, come noi cristiani quando recitiamo il Padre Nostro, e sussurranno delle preghiere. Se non fosse per la moquette per terra e le cupole e i minareti, se si guardassero solo gli occhi e le labbra e i gesti delle persone, sembrerebbe di essere a Padova alla Basilica del Santo.

A proposito di sant'Antonio. Fra Lorenzo racconta che a İstanbul c'è una venerazione interreligiosa per il beato francescano. Nella chiesa a lui intitolata, su İstiklal caddesı, il martedì anche i musulmani si mettono in coda per accendere una candela. E pare che una devozione simile ci sia pure in Siria, ad Accra, verso il beato domenicano Giordano di Sassonia, che in Europa è stato praticamente dimenticato. Maria, invece, non se la dimentica nessuno. Addirittura alcuni versi del Corano a lei dedicati sono iscritti nel mihrab delle moschee di Aya Sofya e dı Sultan Ahmet.

07 agosto 2010

L'omelia di padre Max - 19 domenica del tempo ordinario

“Arda nei nostri cuori, o Padre, la stessa fede che spinse Abramo a vivere sulla terra come pellegrino, e non si spenga la nostra lampada, perché vigilanti nell’attesa della tua ora siamo introdotti da te nella patria eterna.”
“La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono.”
“A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più.”

Sap 18,6-9; Sal 32/33; Eb 11,1-2.8-19; Lc 12,35-40


“Nella fede morirono i vostri padri, senza aver ottenuto i beni promessi, ma li videro e li salutarono solo da lontano, dichiarando di essere stranieri e pellegrini sulla terra.”. Partiamo da qui, anzi, partiamo e basta! Le letture di quest’oggi invitano a lasciare le nostre sicurezze… o meglio, a non confidare in modo assoluto e definitivo sulle sicurezze umane. In altre parole, il Vangelo ci educa a mantenere uno sguardo critico sulla realtà.

Avrete certamente intuito che il discorso di queste domeniche si sviluppa intorno al tema della fede: la fede si pone come criterio discriminante per distinguere il bene dal male, l’autentica felicità da quella apparente, ciò che garantisce sicurezza da ciò che invece illude e tradisce… La fede è una ricchezza, anzi, è la ricchezza più grande che un uomo possa avere.

È importante ribadirlo, perché diversamente non potremmo capire la fede dei nostri Padri, i quali morirono appunto senza avere ottenuto i beni promessi… La fede correlata alla speranza, non è un imbroglio, non è l’oppio dei popoli, come la chiamava Karl Marx… Anche se le promesse di Dio non si dovessero realizzare nella vita presente, sarà valso la pena credere ugualmente; perché il bene che Dio ha promesso non riguarda solo la nostra esistenza, riguarda l’umanità intera… si tratta del Regno di Dio, e la prospettiva di Dio è sempre una prospettiva a lungo termine, una prospettiva finale. Conviene crederci, a prescindere da noi (qui e ora) e dal tempo che passa…

La nostra fede si trasmetterà a coloro che verranno dopo di noi: un lungo ininterrotto filo rosso congiunge la persona di Gesù all’ultimo uomo che calcherà il suolo della terra, passando necessariamente da noi. Alla fine le promesse si compiranno. Ma solo se avremo creduto noi.
Forti solo della fede. Ricchi solo della fede…

È la fede che ci fa attendere svegli il ritorno dello sposo, anche se tarda ad arrivare. La fede cristiana non è un fatto individuale, ma di popolo. Meglio, è un fatto di Chiesa, vista non solo nella sua attualità, ma piuttosto nella sua integrità e totalità. Soltanto sforzandoci di guardare la Chiesa così, sub specie æternitatis, come la guarda Dio, saremo in grado di reggere il testimone della fede ricevuto dai nostri predecessori, per passarlo a coloro che verranno. È necessario cambiare la prospettiva! Almeno proviamoci! Non è escluso che, così facendo, riusciamo anche a riabilitare l’immagine di questa nostra Chiesa, piena di contraddizioni al suo interno e attaccata da ogni parte all’esterno… È vero, noi viviamo oggi e la Chiesa che incontriamo, la Chiesa della quale siamo membra – possibilmente vive – è la Chiesa di oggi, la Chiesa del terzo millennio…

Ma è altrettanto vero che è più facile criticare i difetti che non esaltare le virtù. I difetti sollecitano morbosamente la fantasia, attraggono la curiosità dell’opinione pubblica, e noi ne siamo parte; le virtù non fanno rumore, non suscitano scalpore, non dividono… che noia!
Sono convinto che in questo preciso istante, in qualche parte del mondo, qualcuno sta donando la sua vita in nome di Cristo; qualcun altro ha vinto lo scetticismo di un giovane e lo ha portato alla fede; un uomo ha appena rinunciato a compiere un gesto insano a motivo del Vangelo; una ragazza ha accolto il frutto del suo grembo che fino ad un istante prima pensava di uccidere, riconoscendo che ogni nuova vita viene da Dio… Sono questi i fatti che rendono viva la Chiesa e la spingono avanti oltre gli errori e gli scandali, oltre i secoli, lungo un cammino che Cristo ha tracciato nel breve spazio di tre anni, insegnando, guarendo, pregando, soffrendo, morendo, perdonando, risuscitando.

Tre anni vissuti come uomo, ma anche come Dio. In quei tre anni tragici e gloriosi, il Signore ha detto e fatto tutto ciò che Dio poteva dire e fare in nostro favore. In quei tre anni il Figlio di Dio ha rivelato agli uomini il progetto del Padre. Non lo ha portato a termine, per il fatto che non era compito suo. La responsabilità di realizzare il progetto della Salvezza, gli onori e gli oneri di questo progetto sono tutti nostri.

Provate a pensare a quando eravate bambini, io ci penso spesso: che gusto c’era a guardare papà che costruiva un trenino, o una macchina, o una casa con il LEGO?... proprio nessuno! volevo farlo io, volevo fare da solo!... la mia fantasia ancora inesperta, ma piena di entusiasmo, di voglia di fare… non poteva stare a guardare, mi scoppiava dentro… Era così, è così per tutti! Ecco, il nostro Dio ha fatto lo stesso, e lo ha fatto due volte, anzi, tre: al momento della creazione – 6 giorni di fatica, raccontati minutamente dalla Genesi, per prepararci un luogo nel quale poter vivere in tutta libertà –; al momento della liberazione dalla schiavitù – una notte di veglia, quella di Dio, per preparare l’esodo del suo popolo dall’Egitto verso una terra dove scorre latte e miele (cfr. Es 3,8) –; infine, quando venne la pienezza dei tempi (cfr. Gal 4,4) – trent’anni di nascondimento, più 3 anni di vita pubblica del suo Cristo –. Ogni volta gli uomini si sono misurati con l’impegno di continuare l’opera iniziata dal Creatore; ma, invece di godere delle prospettive, delle opportunità di bene che si spalancavano davanti a loro, si sono lamentati della fatica, dei rischi; hanno litigato, hanno innalzato muri, costruito fortezze; si sono offesi a vicenda, si sono feriti e uccisi…

Oggi, come ieri, anche noi siamo tentati di dichiarare il nostro fallimento, invece di esaltare la magnanimità di Dio e ringraziarlo! Per la verità, non siamo ancora pronti a riconoscere il nostro fallimento; l’orgoglio ce lo ha sempre impedito… Ce la siamo presa, e ce la prendiamo con Dio, perché non interviene a fermare la mano dei prepotenti, perché non impedisce le guerre, perché non guarisce le malattie, non ci preserva dagli errori, dal dolore, dalla morte… E così, anche oggi il tempo è scaduto… Ma non posso chiudere così! Ci vuole un’idea.

L’idea che propongo a me stesso e a tutti voi è quella di dedicare la fatica di credere a una o più persone ai quali vogliamo bene: potrebbero essere parenti o amici, vivi o defunti, nei confronti dei quali sentiamo di avere come un debito di riconoscenza: qualcuno che ci ama o ci ha amato, accogliendoci così come siamo, in genuino spirito cristiano…
Esattamente come fa Dio con gli uomini.
Ci è stato dato tanto; ci hanno dato tanto.
Siamo almeno riconoscenti della misericordia ricevuta e anche noi facciamo lo stesso.


“Gesù mi sfiorò le spalle e disse: «Bob, perché mi rifiuti?».
Io dissi: «Non ti sto rifiutando.».
E lui: «Allora mi seguirai?».
Gli dissi: «Non ci ho mai pensato prima!».
E lui: «Se non mi stai seguendo, mi stai rifiutando.».”
Bob Dylan

05 agosto 2010

Settimana vocazionale. Diario


Esco di casa venerdì mattina attorno alle 5.20 e prendo l’autostrada per Bologna. Arrivo al convento di san Domenico un paio d’ore dopo, dove mi aspetta padre Roberto Viglino, il responsabile di quella che, con lessico tutto ecclesiastico, viene chiamata “pastorale vocazionale”: in altre parole padre Roberto segue ed accompagna i giovani che sono affascinati da san Domenico e attratti dal suo Ordine, nel quale aspirano ad entrare. È padre Roberto che ha organizzato la settimana vocazionale, che si svolgerà a Taggia, sulla riviera ligure di Ponente. Io parto con padre Roberto. Con un’altra auto partono padre Guido Bendinelli, Preside della facoltà teologica, e D., un giovane in ricerca vocazionale. Noi andiamo ad Alessandria, per prendere M., un altro giovane, ed arriviamo a Taggia per pranzo. Là sono intanto arrivati dalla Lombardia M.&M., gli altri due giovani che parteciperanno a questa settimana.

Ad attenderci nel convento di Taggia ci sono padre Riccardo Barile, Priore provinciale e padre Davide Traina, uno dei golden boys della provincia di san Domenico, che vive attualmente nel convento di Milano. Alla sera ci raggiugerà in treno padre Raffaele Quilotti, che è il Maestro dei prenovizi di Bergamo. Il “prenoviziato” è la prima tappa per l’ingresso nell’ordine e dura abitualmente un anno: si entra in un convento – abitualmente quello di Bergamo – e si sperimenta per la prima volta la vita comune domenicana. Si è introdotti alla essenza della vita religiosa, ma al tempo stesso è possibile anche continuare qualche attività “all’esterno”: c’è chi studia per esempio e chi continua a lavorare. Io sono stato in prenoviziato nell’anno appena trascorso e, se Dio vuole, entrerò in noviziato con quattro miei compagni il prossimo 18 settembre. Il noviziato – la seconda fase per l’ingresso nell’Ordine – comporta una vita più ritirata, nella quale si è istruiti sulle costituzioni e la storia dell’Ordine e si intensifica la vita di preghiera. Dura un anno esatto (365 giorni), a norma del Diritto Canonico e, per le tre province italiane, si svolge a Chieri, una città a 20 minuti d’auto da Torino.

Appena giunti a Taggia si è subito sperimentato un clima familiare e raccolto – il clima più propizio per la preghiera e la riflessione, essenziali per svolgere ciò che – sempre in gergo ecclesiastico – si chiama “discernimento”: la capacità di comprendere, cioè, a quale vita il buon Dio ci chiama. Certamente la vita religiosa è un’ottima cosa in sé e l’Ordine di san Domenico è veramente la “santa greggia/ u’ ben s’impingua se non si vaneggia”. Ma è anche il luogo nel quale Dio chiama me, per la mia santificazione?

Questa è la domanda a cui si cercava di trovare risposta. Evidentemente uno dei modi migliori per venire a capo di questa domanda è sperimentare questa stessa vita, religiosa e domenicana, per qualche tempo – questo era il consiglio che sant’Ignazio dava ai suoi figli, ci ha ricordato il Priore provinciale, e questa è anche l’idea che sta alla base dell’anno di noviziato (imposto a tutte le famiglie religiose dalla saggezza della Chiesa) e dell’anno di prenoviziato (introdotto dalla nostra Provincia di san Domenico in Italia).

Ecco, io credo che l’intenzione di padre Roberto e degli altri frati fosse consentirci di fare esperienza della vita religiosa domenicana. La giornata tipo era perciò articolata così:

7.30: Lodi e Ufficio delle letture

8.15: Colazione

9.30: I° incontro della giornata

12.00: Santo Rosario, S. Messa e Ora media

13.00: Pranzo

17.00: II° incontro della giornata

19.00: Vespri

19.30: Cena, seguita da chiacchiere fraterne nell’orto del convento di Taggia

21.30: momento di preghiera (lectio divina o adorazione)

21.50: compieta

Nel tempo che questo schema lasciava libero c’era la possibilità di avere colloqui personali con i frati presenti, che a vario titolo accompagnano i giovani in questa fase iniziale di contatto con l’Ordine.

Gli incontri erano finalizzati a illustrare la vita dell’Ordine e la sua missione. Ne presento un breve riassunto, per come me li ricordo.

a) Il Priore Provinciale, padre Riccardo, ha mostrato la vita di san Domenico in una particolare prospettiva. Il Santo Padre Domenico più che scegliere, è stato scelto da Dio, che si è espresso in modo inequivocabile attraverso le circostanze della sua vita. All’interno di queste scelte, in ultima istanza ordinate dalla Divina Provvidenza, Domenico si è inserito con il suo santo entusiasmo e la sua originale iniziativa. Gli esempi sono molteplici: nella sua infanzia e adolescenza il Santo Padre Domenico fu educato da uno zio arciprete, che lo introdusse agli studi ecclesiastici. All’interno di questa scelta, Domenico si impegnò per giungere prima possibile allo studio della sacra doctrina, la disciplina che più aveva a cuore. Giovane chierico, fu chiamato dal vescovo Diego per entrare a far parte del capitolo della cattedrale di Osma: un’altra circostanza – voluta dalla Provvidenza – alla quale Domenico rispose di sì. Giunto a Osma, Domenico si distinse per la sua intensissima vita di preghiera e di penitenza, che fu poi la cifra della sua intera esistenza, infiammato come era dall’amore per Cristo e per le anime. Infine la circostanza più celebre: il viaggio alla volta della Danimarca, assieme al suo vescovo, durante il quale i due uomini di Dio vennero a conoscenza della terribile realtà dell’eresia che infestava il Sud della Francia. Entrambi scelsero di rimanere per evangelizzare la regione, ma Diego dovette tornare dopo un certo tempo nella sua diocesi. Domenico, rimasto solo, continuò a propagandare il Vangelo di Cristo per dieci anni. Attorno a lui si riunirono dei compagni, quasi affascinati dall’amore a Cristo che doveva animare la vita del Santo Padre Domenico. Fu allora che il vescovo di Tolosa, Folco, e poi i papi, Innocenzo III e successivamente Onorio III, indussero Domenico a dare una forma istituzionale al grupo dei suoi primi compagni – e nacque l’Ordine dei Predicatori. L’Ordine è nato in altre parole per l’obbedienza di Domenico alle circostanze nelle quali si è trovato – circostanze nelle quali egli seppe leggere la volontà di Dio. Così è anche per le vocazioni: Dio ci chiama a vivere in povertà castità e obbedienza il più delle volte parlandoci attraverso amici che abbiamo incontrato, fatti che segnano la nostra vita, e in generale circostanze ordinarie, obbedendo alle quali obbediamo anche, indirettamente, al suo disegno di amore per noi.

b) Padre Raffaele Quilotti ci ha parlato dell’importanza della preghiera nella vita del domenicano. Le Costituzioni dell’Ordine parlano:

1) della preghiera liturgica (S. Messa e Liturgia delle Ore), che l’Ordine ha cura di celebrare con solennità e in comune, con melodie proprie: è un aspetto molto bello, che affascina oggi come ai tempi di san Domenico (il beato Giordano di Sassonia racconta di aver chiesto l’abito domenicano dopo aver ascoltato i frati cantare in Coro);

2) la orazione mentale, che le Costituzioni prescrivono per almeno mezz’ora ogni giorno;

3) il Santo Rosario, di cui le Costituzioni chiedono la recita per almeno una terza parte ogni giorno (ma noi s’è fatto anche di più in questa settimana);

4) la preghiera segreta e particolare, nella quale si coltiva anche una devozione filiale alla beata Vergine Maria, al Santo Padre Domenico e agli altri santi del nostro Ordine (che pare essere peraltro l’Ordine con il maggior numero di santi: anche la statistica pare attrarre all’Ordine!).

Padre Raffaele ha mostrato da un lato l’evoluzione storica delle forme di preghiera nell’Ordine e la presenza sempre costante di una intensissima devozione a Maria Santissima, anche prima dell’introduzione del Santo Rosario, che l’Ordine dei Predicatori ha diffuso in tutto il mondo. Inoltre padre Raffaele ha sottolineato l’importanza di ricordarci che quando si prega si è alla presenza di Dio e quindi anche i gesti del corpo ci aiutano a conservare l’attenzione e il rispetto che è dovuto al Dio Infinito: tanti particolari che la tradizione dell’Ordine conserva (inchini, genuflessioni, orientamento della persona etc.) devono essere letti in questa prospettiva.

c) Padre Davide ha parlato di un fatto decisivo: la missione dell’Ordine si realizza attraverso la vita comune. Il fine dell’Ordine, dicono le Costituzioni, è la salvezza delle anime, da ottenersi mediante la predicazione del Vangelo. È, in altre parole, una vita “apostolica”. Ma gli apostoli e i primi cristiani non vivevano forse in comune, assidui nella preghiera e nella frazione del Pane, mettendo in comune i loro stessi beni? Ecco allora che questo ideale apostolico può nuovamente realizzarsi oggi. Certamente non mancano le difficoltà, ha osservato il padre Davide. Credo che sia stato san Giovanni Berchmans a dire: mea maxima penitentia vita communis. Vivere con gli altri non è semplice: ma proprio perché chiamati a tale ideale apostolico, anche questa difficoltà deve essere affrontata con coraggio e concretezza, coltivando un sentimento di fraterna e virile amicizia con i confratelli con i quali si è chiamati a condividere un tratto di strada.

d) Padre Guido ha affrontato un altro dei mezzi con i quali l’Ordine cerca di realizzare il suo fine (che è, appunto, la predicazione per la salvezza delle anime): ha parlato infatti dello studio. Ora, il legame tra la vita di preghiera e la vita apostolica è evidente: santa Caterina infatti diceva che dobbiamo essere come orci che accolgono acqua fino a tracimare, in modo che l’acqua, esondando, si comunichi a chi ci è vicino. Nella metafora l’acqua indica l’amore di Dio e la carità: proprio per poter tracimare (vita apostolica), occorre essere per primi innamorati del buon Dio. E questo richiede preghiera e contemplazione. Ma lo studio che rapporto ha con tutto ciò?

A prima vista l’utilità dello studio sembra essere solo ascetica: lo studio costa fatica, infatti, ed è a suo modo una forma di penitenza (come altre pratiche dell’Ordine: il silenzio, l’abito, la clausura). Tuttavia lo studio ha anche altre funzioni.

Padre Guido ha diviso la sua relazione in tre parti: nella prima ha mostrato come la ricerca della sapienza divina è raccomandata anche dalla Scrittura; nella seconda ha mostrato come san Domenico stesso si prefisse che i suoi frati studiassero (e a questo fine li inviò a Bologna e a Parigi, che erano i centri universitari più importanti di allora); nella terza parte ha toccato le sfide più importanti che lo studioso domenicano si prefigge oggi e le ha individuate nel celebre discorso di Papa Benedetto XVI alla Curia romana, del Natale 2005. In quell’occasione il papa invitò a riscoprire il concilio Vaticano II, per instaurare un dialogo fecondo con la modernità; e, chiamando a tale riscoperta, sottolineò l’importanza della cosiddetta “ermeneutica della continuità”. Tutto ciò è molto importante anche per lo studioso domenicano di oggi, che è chiamato alla fedeltà innanzi tutto alla Chiesa e poi anche alla tradizione teologica dell’Ordine, che vanta tra i suoi figli più eminenti san Tommaso d’Aquino. Questo richiamo alla fedeltà al Vangelo e alla Chiesa è molto importante per combattere i pericoli che spesso lo studioso fronteggia (superbia, orgoglio, ribellione, etc.).

e) Infine più di una meditazione è stata tenuta dallo stesso padre Roberto, che ha illustrato alcuni aspetti delle Costituzioni dell’Ordine e l’importanza dei tre voti. I voti possono sembrare una rinuncia – e in un certo senso lo sono: con il voto di povertà si rinuncia a possedere beni, con la castità ad avere una moglie e dei figli, con l’obbedienza si rinuncia perfino ad agire di testa propria. Ma ancor più che una rinuncia sono un’occasione di libertà, per seguire Cristo povero obbediente e casto più da vicino. Seguire Cristo più da vicino: in fondo è questa l’essenza della vita religiosa. Si può – e si deve – vivere da santi in ogni stato di vita, perché Dio chiama tutti ad essere salvi e a giungere alla conoscenza della verità. In questo senso perciò non si può certo dire che chi non si fa frate o suora abbia qualche handicap, perché tutti possono diventare santi. Tuttavia l’osservanza dei consigli evangelici è un grande aiuto nella vita cristiana e rende in qualche modo più agevole il cammino. Questo è l’insegnamento dei santi domenicani Tommaso d’Aquino e Caterina da Siena, che è poi l’insegnamento anche della Chiesa riproposto da padre Roberto.

Il 3 agosto siamo partiti per Bologna, per pregare sulla tomba del Santo Padre Domenico e il 4 abbiamo avuto la possibilità di pregare con la comunità bolognese, in festa per il proprio Fondatore. Pregando sulla sua tomba, si era al tempo stesso colpiti dalla bellezza delle opere d’arte che nei secoli hanno arricchito la cappella dove il santo riposa.

L’arte degli scultori che si sono avvicendati attorno all’Arca di san Domenico (Nicola de Apulia, Nicola Pisano, Michelangelo) costituiva quasi una introduzione perfetta alla vita e all’ideale del santo.

In conclusione posso dire che è stata una settimana feconda e intensa, per la quale serberò a lungo un ricordo colmo di gratitudine. E sono certo che tutti hanno avuto la mia stessa impressione.

Luca G.

02 agosto 2010

Odighitria

Questo è il nome dell'icona armena appesa ad un altare della chiesa dei santi Pietro e Paolo a İstanbul. È coperta da una maschera di argento che rappresenta la Vergine mentre copre con il suo mantello le schiere di frati e suore dell'Ordine dei Predicatori, capeggiati da Domenico alla destra e Caterina alla sinistra, e che del legno originario rivela solo i volti della Madre e del Bambino. Venne portata a İstanbul dai frati della Crimea quando vennero deportati, insieme alla popolazione, per ripopolare la capitale dell'impero ottomano dopo la crociata di Pio II alla fine del 1400. È sfuggita agli incendi, che a İstanbul erano la normalità, ha protetto la città dalla peste, è stata venerata dagli abitanti levantini del quartiere dei genovesi e ora riposa vicino ad una tela di San Giacinto - monito e memoria - con una Madonna sotto un braccio e un'ostensorio nella mano che fugge da un incendio.

Odighitria significa colei che mostra la via, cioè il Cristo. La nostra icona non lo fa più: c'è la maschera d'argento ad impedirlelo e comunque ad indicare la via alla Chiesa di Pietro e Paolo ci pensa la Lonely Planet, che tra l'altro, dice:

Difficilmente la troverete aperta - se desiderate visitarla, provate a suonare il campanello e attendete...
Quello che la Lonely Planet ancora non sa è che dall'altro lato del campanello c'è - quando non è a spasso per moschee, bagni turchi, pasticcerie di baklava e kebabbari - il sottoscritto pronto ad aprire la porta ad ogni turista e a scodellargli tutte le mie considerazioni storico-artistiche, politico-socıologiche, liturgico-religiose che sono riuscito a concepire in una settimana di Turchia.

Le offerte sono gradite.

31 luglio 2010

L'omelia di padre Max - 18 domenica del tempo ordinario

“O Dio, principio e fine di tutte le cose, che in Cristo tuo Figlio ci hai chiamati a possedere il regno, fa’ che operando con le nostre forze a sottomettere la terra non ci lasciamo dominare dalla cupidigia e dall’egoismo, ma cerchiamo sempre ciò che vale davanti a te.”
“Tutto è vanità…”
“Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù. Pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra.”
“Stolto, questa notte stessa ti sarà chiesta la vita. E quello che hai preparato di chi sarà?”

Qo 1,2;2,21-23; Sal 89/90; Col 3,1-5.9-11; Lc 12,13-21

Così sarà di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio.”: che botta!
Ma io non accumulo per me - direbbe un (buon) padre di famiglia –, ma per i miei figli! Non voglio che debbano fare le fatiche che ho fatto io; non voglio che partano da zero, come son dovuto partire io…”. Non c’è niente di male a pensarla così; certo, sarebbe importante lavorare non solo per assicurare un solido patrimonio ai figli, ma anche e soprattutto per provvedere loro una solida educazione morale: e tra le doti morali che un figlio deve acquisire necessariamente, ci sono anche il coraggio della fatica, l’onestà di guadagnarsi il pane con il sudore della fronte, evitando la tentazione di ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo, possibilmente percorrendo corsie preferenziali… Vi sembro un moralista? Forse un po’ lo sono sempre stato.

Il ministero che ho svolto per promuovere e formare le vocazioni mi ha purtroppo confermato la convinzione che oggi, tra i giovani, l’egoismo è in aumento, a scapito della buona volontà; non parlo ancora della disposizione al servizio per il bene comune, che costituisce già un passo ulteriore e coinvolge la fede. Ma questo discorso esula dalla riflessione sulla odierna Parola di Dio, o meglio, ne costituisce solo una parte. Il tema di questa domenica è il vero bene dell’uomo, quello per cui valga la pena lavorare sul serio, e magari anche perderci il sonno… In altre parole, si tratta dell’edificazione del Regno di Dio. Le scorse domeniche ho già parlato della felicità umana e cristiana, che in termini biblici si chiama appunto ‘Regno dei Cieli’.
Lo sapevate che la causa più frequente del risentimento è la spartizione dell’eredità? Tanto ricorrente che persino il Vangelo se ne occupa. Gesù taglia corto e se ne lava letteralmente le mani: “O uomo, chi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?”. Il triste è che la questione non riguarda solo le famiglie cosiddette ricche; sembra, anzi, che meno si possiede, più si litiga.

Il denaro, i beni materiali possono rivelarsi una trappola, in vita e anche in morte… Giorni fa vi ho parlato della presunta equivalenza tra ricchezza e felicità. Quest’oggi è la volta di un’altra presunta relazione: quella tra felicità e sicurezza del futuro. Non c’è dubbio che la sicurezza sia un valore! Ce lo ricorda un esperto di questioni morali, Silvano Petrosino, nel suo interessante, e già citato, saggio “Capovolgimenti – la casa non è una tana e l’economia non è il business”. Ma l’ansia di sicurezza, per noi e per i nostri cari, può diventare un’ossessione. Secondo la logica cristiana, la ricerca di sicurezza può fatalmente sancire la perdita della fede, fede intesa come abbandono alla Provvidenza di Dio nella speranza certa che Lui non farà mai mancare la sua assistenza, specie nelle difficoltà.

Ci sono aspetti psicologici legati alla sicurezza che entrano addirittura in conflitto con i presupposti della fede cristiana. La fede non si coniuga infatti con la sicurezza di una verità posseduta in modo stabile e definitivo; ma con la ricerca mai finita della Verità di Dio, una verità, quella di Dio, che non può essere posseduta in modo pieno e definitivo, neppure nella vita eterna.
La sicurezza, soprattutto, mal si concilia con le dinamiche del progresso, un altro importante elemento della fede cristiana. Paradossalmente, il desiderio di sicurezza può condurre a ripiegare su progetti inferiori alle nostre potenzialità, per evitare il rischio di ‘volare’ al di sopra delle nostre forze. Pur di evitare errori e delusioni, molti uomini e molte donne si accontentano di raggiungere risultati mediocri, realizzando progetti mediocri, e raccogliendo frutti mediocri… C’è un proverbio veneto che dice: “pocheti, ma sicureti!”… Che brutto verbo ‘accontentarsi’!
Chi può negare che, in nome di un legittimo bisogno di sicurezza, l’uomo abbia spesso finito per costruirsi non una casa, ma una torre, o peggio, una prigione, una tana, e talvolta perfino una tomba, dando così vita ad una economia fondata sulla indifferenza nei riguardi del prossimo, e delle esigenze della giustizia?

Ecco un’altra parola-chiave della Parola di Dio di questa XVIII domenica: indifferenza!
Se ne parla nel Vangelo in diverse parabole: la più celebre è quella del ricco epulone, il quale banchettava lautamente con gli amici e non si accorgeva di Lazzaro, un povero seduto fuori dalla porta di casa sua, così povero, ma così povero che persino i cani si avvicinavano a leccarne le piaghe… La conclusione la conosciamo: lieto fine per il povero Lazzaro e dannazione eterna per il ricco sconosciuto. Dio non riconosce i ricchi. Ma i poveri sì! e li chiama addirittura per nome… Cioè, sono sempre nei suoi pensieri, sempre soggetti delle sue cure, non si allontana mai da loro. E dopo la morte, quando finalmente può agire indisturbato, senza gli ostacoli che gli uomini sempre pongono alla (Sua) provvidenza, Dio premia i poveri con la pace e la gioia eterna. Gesù dichiara che “i poveri li abbiamo sempre con noi e possiamo beneficarli quando vogliamo” (cfr. Mt 26,6-13 e passi paralleli). Altra questione – il servizio ai poveri – che non può essere disgiunta dalla ricerca della propria sicurezza.

Come vedete, la fiducia nella Provvidenza - la fede – e l’attenzione ai bisogni degli altri – la carità – sono due facce della stessa medaglia, come ci insegnano i due comandamenti dell’amore per Dio e (dell’amore) per il prossimo; anzi, dell’amore a Dio nel servizio al prossimo, secondo la altrettanto famosa sentenza sul giudizio finale, che l’evangelista Matteo colloca al cap.25, non a caso, quale ultimo insegnamento di Gesù, prima di affrontare la Passione. La parabola di oggi si conclude con un’aggiunta redazionale di sapore moraleggiante: l’unico modo per riscattare agli occhi di Dio il possesso dei beni, è quello di farli circolare, distribuendoli secondo equità agli altri, ai poveri.

Chi pensasse che il Vangelo non ha niente da dire agli strateghi dell’economia internazionale, non ha capito il significato profondo del Vangelo. Non c’è nessuna soddisfazione nell’addurre motivi di vanto dal Vangelo e dalla S.Scrittura in genere… Ma se fosse necessario – vedete voi! – basta citare le Beatitudini e gli Atti degli Apostoli: la storia attesta che non fu lo Stato, ma la Chiesa ad ascoltare per prima la voce dei diseredati e in genere delle classi sociali inferiori. Questo si dica a coloro che reggono le sorti del mondo …ma anche a certi rappresentanti della Chiesa, i quali, talvolta, sembrano aver dimenticato le sue origini.

“il veleno del serpente è la gelosia:
chi è geloso sospettae chi sospetta non crede…..”

26 luglio 2010

İmpressioni di İstanbul

Sono atterrato a İstanbul mercoledì. İ frati vivono nei pressi della torre di Galata a presidiare la chiesa di SS. Pietro e Paolo.


È una città impressionante. Sono impressionanti le moschee e i loro minareti, missili puntati verso il cielo. È impressionante la transumanza di folla a tutte le ore del giorno e della notte su via İstiklal. È impressionante l'incrocio di navi, insenature e mari sul Bosforo.

İstanbul, città in esplosione di vita, diventata ricca (centri commerciali, vestiti alla moda, rıstoranti, case all'avanguardia architettonica), ancora sfregiata dai segni recenti della miseria (le immondizie - la gestione dei rifiuti è una delle operazioni piu complesse della modernità urbana -, i venditori di fazzoletti, le case in rovina, la guida selvaggia in un traffico perennemente bloccato), mi lascia a bocca aperta e mi fa sentire come quei viaggiatori francesi alla scoperta dell'Oriente raccontati da Edward Said. Eppure non è l'Oriente, categoria geografica, sociologica e spirituale, di İstanbul ad essermi intrigante. Al contrario, credo che sia la sua unicità geografica, sociologica e spirituale.

A farmi da guida non c'è solo la Lonely Planet, ma anche un libro di Pamuk, intitolato proprio İstanbul. E tutto quello che scrive Pamuk è vero: le schiume e le correnti del Bosforo, i pescatori sui ponti, gli incendi e le case di legno, i film che si girano per le strade. Tant'è vero che sono dıventato ınsopportabile a chi mi parla di İstanbul, perchè ad ogni affermazione non posso non replicare che: "ma Pamuk dice...". Solo la tristezza di cui parla così spesso nel suo libro non l'ho trovata.

Ma per trovare quella bisogna nascere qui, oppure vivere a İstanbul abbastanza a lungo per rinascervi.